Il default dell’Argentina

Riflessione politica ed economica



24 Set 2014 - 16:37

Il default tecnico dell’Argentina a fine luglio sta imponendo una seria riflessione politica ed economica sul ruolo dei fondi speculativi (gli hedge fund) nella finanza globale e sui loro limiti, ma di certo questo fallimento di Buenos Aires non è lontanamente paragonabile a quello del 2001. D’altronde questo crac potrà raggiungere una cifra di 29 miliardi di dollari mentre quello di 13 anni fa era stato di circa 100 miliardi di dollari. Di certo la reazione dei mercati è stata questa volta molto più tiepida di quanto si potesse temere.

Il 30 luglio del 2014 Standard & Poor’s ha abbassato il rating sui bond argentini al livello di SD (selective default) dal precedente CCC-/C dopo che Buenos Aires non aveva potuto pagare 539 milioni di dollari di interessi (che pure avrebbe) ai propri creditori.

Alla base di tutto una decisione del giudice statunitense Thomas Griesa che aveva dato ragione agli hedge fund NML Capital (della Elliot Management di Paul Singer) ed Aurelius Capital Management in causa con l’Argentina. Questi fondi avevano rastrellato per pochi spiccioli i bond della Repubblica Argentina che non erano stati ristrutturati né nel 2005 né nel 2010, quando sofferti accordi con i creditori avevano stabilito un risarcimento di circa un terzo del valore nominale originario dei bond permettendo al Paese Sudamericano di tornare sui mercati internazionali del debito.

Dopo questi acquisti i fondi speculativi avevano chiesto invece di essere pagati per intero e preteso quindi circa 1,33 miliardi di dollari. A complicare le cose il fatto che una clausola nei contratti di ristrutturazione del debito potrebbe imporre, in caso di pagamento agli hedge fund di somme più elevate, pari condizioni per tutti i creditori e quindi un domino di risarcimenti potenzialmente letali per Buenos Aires.

Buenos Aires, che ha duramente condannato questa sentenza, non ha potuto pagare quindi i 539 milioni di dollari di interessi per via dei bond congelati nelle case della statunitense Bank of New York Mellon e ha persino proposto di spostare questi titoli in una banca brasiliana per potere pagare loro il dovuto. Inevitabilmente il caso ha attirato l’attenzione della comunità internazionale. Fino a che punto una corte statunitense ha il diritto di far fallire una nazione per inseguire i dubbi interessi di alcuni fondi speculativi?

Non a caso all’inizio di settembre il Senato statunitense ha avviato un dibattito su delle leggi che potrebbero sbloccare le risorse di Buenos Aires. Al contempo l’influente International Capital Market Association (circa 400 banche e investitori riuniti) ha avanzato delle proposte concrete per evitare che creditori come Paul Singer possano far saltare ristrutturazioni di debito sovrano accettate dal 75% degli obbligazionisti coinvolti. Di certo il mercato e la comunità internazionale cercano una risposta a una crisi che è andata oltre le attese.

Nel frattempo a sorpresa i mercati azionari argentini sono saliti di oltre l’80% sui livelli di inizio anno. La pesante svalutazione del peso argentino e l’inflazione galoppante spingono molti investitori a comprare attività reali più facilmente scambiabili con i dollari sui mercati internazionali. Si spera inoltre che si giunga presto a un accordo.

La svalutazione della moneta decisa da diversi Paesi del Sudamerica va oltre i confini argentini e per diversi osservatori è un adattamento della valuta alle condizioni reali delle economie di queste nazioni. Va però anche sottolineato che l’economia argentina finora ha retto bene la crisi e ha avviato un percorso virtuoso fin dal 2003. Per alimentare
l’industria, i consumi e l’export ha però un bisogno forte di capitali esteri, di risorse che ora le pretese degli hedge fund mettono a repentaglio.


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